2018, un anno di incassi flop: ma il successo dei film-evento aprono nuovi scenari

L’anno passato ha registrato cali nella vendita dei biglietti come non si verificava da dieci anni a questa parte. Colpa di servizi on demand? Intanto, la controtendenza l’hanno stabilita i film disponibili in sala per pochi giorni e poi trasmessi sul piccolo schermodi GIULIA ECHITES

Per gli incassi cinematografici il 2018 è stato un anno orribile: non si registravano numeri peggiori in Italia da dieci anni. Secondo i dati diffusi da Cinetel, società che conta incassi e presenze di un campione di sale cinematografiche del nostro Paese, i biglietti staccati sono in calo e tra i primi dieci film più visti non c’è l’ombra di produzioni o storie italiane. L’unica nota positiva è che comunque i film italiani hanno incassato di più rispetto all’anno scorso, conquistando una quota di mercato pari al 22% quando nel 2017 la percentuale era rimasta ferma al 16. È un dato che rincuora, ancor più se paragonato, ad esempio, a Spagna e Germania dove le produzioni domestiche hanno coperto rispettivamente 17% e 18% del mercato. Tuttavia è pur sempre l’unico elemento positivo in una situazione generale piuttosto drammatica: il totale degli euro incassati in Italia al botteghino nel 2018 è di 555milioni, trenta milioni in meno rispetto all’anno scorso.

Il calo ha riguardato tutti i mesi dell’anno ma è in estate che c’è stato un vero e proprio tracollo: il mese di luglio è stato il peggiore con soli 13 milioni di euro incassati. Al punto che distributori e produttori Anica insieme con esercenti Anec, Anem e in collaborazione con il governo hanno già programmato unforte rilancio strategico della stagione estiva 2019 con una programmazione molto robusta e inedita per l’Italia. Per quanto riguarda le presenze, i biglietti venduti nel 2018 sono stati 86 milioni (6 milioni in meno rispetto all’anno scorso). È la prima volta in dieci anni che il numero scende sotto i 90 milioni, quando poi storicamente in Italia 100milioni di biglietti staccati è considerata la soglia al di sotto della quale l’anno è bollato come negativo. E anche se i dati di una recente ricerca dimostrerebbero che Netflix e sala cinematografica non sono in competizione, nel senso che chi va al cinema è poi anche chi guarda più in streaming, è difficile non pensare che la colpa di questo annus horribilis del cinema italiano non sia un po’ anche della diffusione di Netflix e degli altri servizi on demand.

Nel 2018 a dominare sono state le produzioni statunitensi, che hanno guadagnato, nel complesso, 330 milioni di euro, divorando più della metà della quota di mercato italiana, il 60%. Anche in questo caso, però, il confronto con il 2017 è negativo, nello specifico, si contano sei punti percentuali in meno per i film statunitensi, dato che contribuisce al calo generale degli incassi. Comunque i dieci film più visti dagli italiani sono tutti made in Usa: al primo posto sul podio c’è il successo internazionale, ancora in sala, Bohemian RhapsodyL’opera rock sulla vita di Freddie Mercury, diretto da Bryan Singer, ha infatti incassato 21milioni e 269mila euro, divenendo il film più visto nell’anno solare, l’unico ad aver superato i 20milioni di euro. Il film prende il titolo proprio dal brano dei Queen del 1975 e racconta i primi 15 anni della band di Freddie Mercury, dalla nascita nel 1970 al concerto Live Aid del 1985. Il protagonista, Rami Malek, lodato per la sua mimetica interpretazione, ha ricevuto una nomination ai Golden Globe.

Al secondo posto nella classifica dei film più visti in Italia c’è Avengers: Infinity War che ha incassato oltre 18milioni di euro e al terzo Cinquanta sfumature di rosso con più di 14milioni. La lista prosegue con Animali Fantastici: i Crimini di Grindelwald poi Hotel Transylvania 3: una vacanza mostruosa, Gli Incredibili 2, Jurassic World – Il regno distrutto, Jumanji: benvenuti nella giungla, Il Ritorno di Mary Poppins e infine Lo schiaccianoci e i quattro regni.

‘A casa tutti bene’, la grande famiglia di Gabriele Muccino – trailer

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Per quel che riguarda i film italiani, nel 2018 l’incasso totale è stato di 123milioni e 971mila euro, contro i 102milioni del 2017. Tuttavia nessun film è riuscito a toccare la doppia cifra. Ci è andato vicino, con 9milioni 171mila euro, A casa tutti bene di Gabriele Muccino, di fatto il film italiano più visto che però per trecentomila euro di differenza con Lo schiaccianoci non è riuscito a entrare in top 10.

A guardare poi gli altri film italiani più visti, Benedetta follia di Carlo Verdone, Come un gatto in tangenziale di Riccardo Milani e Amici come prima, il ritorno della coppia Boldi-De Sica, risulta evidente che la commedia è il genere vincente nel nostro Paese. Meno bene il cinema d’autore: la quinta posizione nella classifica dei dieci film italiani che hanno incassato di più è per Napoli velata di Ferzan Özpetek, c’è poi in settima posizione il primo capitolo di Lorodi Paolo Sorrentino e per Dogman di Matteo Garrone si deve scendere fino al quattordicesimo posto.

Il dato che sorprende è invece un altro: il successo dei film evento. Dai documentari sull’arte, ai biopic dedicati agli artisti, ai film concerto, nei giorni feriali hanno trionfato storie come Caravaggio – L’anima e il sangue o Fabrizio De André – Principe libero, in sala pochi giorni prima della messa in onda in tv.

fonte: repubblica cinema


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Golden Globe 2019 tutti i vincitori

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Golden Globe tutti i vincitori del 2019

Questa notte sono stati annunciati i vincitori dei Golden Globe, considerati i premi più importanti del cinema americano dopo gli Oscar. I Golden Globe sono assegnati dalla Hollywood Foreign Press Association, di cui fanno parte i giornalisti internazionali esperti di cinema e tv: i vincitori vengono decisi in base al voto di circa 90 tra di loro. Bohemian Rhapsody ha vinto il premio per il miglior film drammatico e Rami Malek, che interpreta Freddie Mercury, ha vinto il premio come miglior attore in un film drammatico. Il Golden Globe per il miglior film comedy o musical è invece andato a Green Book, che ha vinto anche altri due premi. I premi per le migliori serie tv comedy e drama sono andati a Il metodo Kominsky e a The Americans, ma questi sono solo una parte dei premi assegnati: di seguito trovate tutti gli altri.

Le categorie dei Golden Globe sono 25: 14 per il cinema e 11 per la televisione. I premi sono divisi in base al genere del film o della serie tv: esistono premi per il miglior drama e per la miglior comedy, per esempio. A differenza degli Oscar i Golden Globe premiano quindi sia cinema che tv, e non assegnano premi tecnici (come quelli per il trucco o per la fotografia). È stato anche dato un premio alla carriera a Jeff Bridges, accolto con una standing ovation.

fonte: https://www.ilpost.it/2019/01/07/golden-globe-vincitori-premi-2019/

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Golden Globe 2019, la notte più lunga di Hollywood. Altro che Oscar, qui ci si diverte

Il 6 gennaio a Los Angeles la cerimonia di consegna dei premi assegnati dalla stampa estera. Organizzazione, candidati, favoriti, party: l'”invidia” dell’Academy per una vera festa del cinema

La 76esima edizione dei Golden Globes il 6 gennaio (in Italia nella notte fra il 6 e il 7), storico e prestigioso premio della HFPA, la Hollywood Foreign Press Association – un gruppo di circa 90 giornalisti stranieri che scrivono di cinema e tv da Los Angeles – inaugura ufficialmente la Awards Season, la stagione dei premi. In lizza i migliori film, americani e stranieri, attori, registi, serie e miniserie tv del 2018. Niente documentari, sebbene si tratti di un genere sempre più diffuso, e di successo, nel cinema contemporaneo. L’appuntamento con la serata nella grande International Ballroom del Beverly Hilton di Beverly Hills, accesso già chiuso da tre giorni per piazzare le gradinate intorno al lunghissimo tappeto rosso, e poi stand e gazebo per ospitare eventi organizzati dai media e party. Sopra il tappeto rosso è già stata montata una lunga copertura in plexiglass in previsione della pioggia annunciata per domenica pomeriggio. Gli invitati cominciano ad arrivare alle 15, ora di Los Angeles.

“The best party in town”

Nel corso degli anni i Golden Globes sono diventati “the best party in town”, la festa numero uno a Hollywood, e il suo show di premiazione, più spigliato, irriverente e imprevedibile rispetto a quello degli Oscar, ha indici d’ascolto altissimi, quasi quanto quello dell’Academy. La quale ha sempre guardato alla HFPA con un pizzico di alterigia mista a invidia: com’è possibile che appena 90 sconosciuti giornalisti con accento straniero siano diventati così potenti grazie al loro premio? Ma tant’è, i Golden Globes sono non solo un assaggio degli Oscar (anticipandone spesso i risultati) ma un evento a sé molto amato dalle celebrities e seguitissimo dal pubblico. L’America (e il resto del mondo) si sintonizzerà per la diretta alle 17. Si prevede uno share del 30% circa, percentuale che per un singolo programma viene battuta solo dal Superbowl.

Golden Globe 2019, la notte più lunga di Hollywood. Altro che Oscar, qui ci si diverte

I conduttori della serata Sandra Oh e Andy Samberg srotolano il red carpetCondividi  

La differenza con gli Oscar

I Globes si distinguono dagli Oscar anche per la divisione dei film in due categorie: dramma commedia/musical, oltre al fatto che vengono premiate anche le produzioni tv. Il ventaglio dei riconoscimenti è molto vasto, e così anche i protagonisti, e questo crea molto hype tra i fan: allo show ci sono praticamente tutti i loro idoli, seduti intorno a tavoli (non blindati in poltrona come agli Oscar), fra pietanze prelibate e champagne; possono muoversi liberamente, andare ad abbracciare i colleghi e chiacchierare e dopo un’ora di programma, di solito, gran parte dei presenti è già un po’ brilla, il che influisce positivamente – per la riuscita dello show – sui discorsi di ringraziamento, con storiche gaffe che hanno accresciuto l’allure della cerimonia. A presentare lo show quest’anno saranno l’attrice di origine cinese Sandra Oh e l’attore Adam Samberg, una strana coppia su cui la Dick Clark Productions (che realizza la serata) punta molto: il successo del film Crazy Rich Asians e la visibilità conquistata dalle star asiatiche a Hollywood ha sicuramente influito sulla scelta di Oh, attrice di Grey’s Anatomy, ora protagonista della serie Killing Eve.

Previsioni e candidati

Quanto alle previsionie alla lista delle nomination, ci si chiede se e cosa vincerà A star is born, di e con Bradley Cooper, che potrebbe conquistare riconoscimenti sia come attore che come regista. Spike Lee potrebbe tornare a vincere con il suo apprezzatissimo Blackkklansman, a trent’anni dalla nomination per Fa’ la cosa giusta. Se così fosse, sarebbe il primo Globe per un regista nero. Christian Bale è quotato come attore nella sezione “commedia” per Vice, con la sua straordinaria trasformazione nell’ex vicepresidente Usa Dick Cheney. Ma lo insidia Rami Malek con un’altra super trasformazione, in Freddy Mercury, per Bohemian Rhapsody, che al botteghino è andato molto meglio rispetto a Vice.

Poi c’è Lady Gaga la cui canzone per A star is born (di cui è protagonista con Bradley Cooper), Shallow, sembra staccarsi su tutte le altre canzoni originali candidate, e ha buone chance di vincere anche come migliore attrice protagonista per un film drammatico, (anche se la “coccola” della HFPA, Nicole Kidman, le darà filo da torcere per la sua coraggiosa interpretazione in The Destroyer);  mentre Robert Redford, candidato a sorpresa per il suo ultimo film The old man and the gun, non ha molte chance e ha già fatto sapere che non si presenterà alla cerimonia. E se a Cannes e a Venezia ha tenuto banco il tema Netflix, ai Golden Globes ha molta meno importanza e il grande capo della società streaming, Ted Sarandos, sarà seduto per la prima volta a un tavolo del famoso “Pit”, lo spazio più vicino al palco, a fianco dei tycoon di Paramount e Disney.

Golden Globe 2019, Bradley Cooper e Lady Gaga tra i favoriti per ‘A star is born’

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I film favoriti (e quelli con poche speranze)

Roma di Alfonso Cuaròn – film Netflix – è favorito nella categoria miglior film in lingua straniera sul bellissimo tedesco Never Look Away. Ma Netflix è presente ai Globe anche con varie serie. E su questo fronte riemergono vecchie, amate figure come Michael Douglas con The Kominsky Method, con cui l’attore torna alla serialità a quarant’anni da Le strade di San Francisco; poi ci sono c’e’ Hugh Grant per la miniserie A very english scandal e Candice Bergen che ritorna 20 anni dopo nel ruolo della combattiva giornalista televisiva Murphy Brown nella serie omonima.

‘Roma’ l’infanzia di Alfonso Cuarón in bianco e nero – trailer

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Poche chance ha invece l’eccentrico Sacha Baron Cohen con la sua serie di interviste “fake” Who is America?, oltretutto penalizzato dal non aver voluto incontrare la stampa estera per una delle tradizionali conferenze stampa. Il motivo lo ha spiegato in una lettera a tutti i membri votanti prima delle selezioni: le interviste le aveva fatte tutte sotto falsa identità e mascherato, quindi – sosteneva – non poteva rischiare che la sua vera identità venisse rivelata e i suoi intervistati bloccassero il programma prima della messa in onda. Una scusa che fa acqua da tutte le parti, ma la sua serie è imperdibile. Altra storica presenza ai Globes è Julia Roberts, candidata sia per il drammatico Ben is Back che per la serie Homecoming: potrebbe vincere entrambe le statuette, che per inciso hanno subito un restyling, con la base di marmo rotonda e non quadrata come in passato.

‘Bohemian Rhapsody’, Rami Malek è Freddie Mercury – trailer

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Un grande “party hopping”

Al termine della cerimonia di consegna dei premi, dopo circa tre ore di show, tutti alle feste allestite nelle aree dello stesso Beverly Hilton. Un vero “party hopping”, con gli ospiti che saltano da una festa all’altra, vincitori o meno. I party più ambiti sono quelli organizzati da Netflix, Amazon, HBO, Fox, Universal e Warner Bros. Fino all’alba. L’ansia degli Oscar può attendere, ora c’è solo da divertirsi.

fonte:repubblica

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Jack, il resta autore presenta il film dal titolo THE SUPER NATURAL

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un trailer su youtube che ha destato la mia curiosità. Si presentava come un film documentario, girato con una tecnica definita CineReal. Il nome del regista era Jack Lucas. Ho effettuato delle ricerche e, quando stavo per darmi per vinto, sono riuscito a trovare un contatto, quello di Claudio Pisano.
Oggi sono seduto di fronte a Claudio e stiamo aspettando l’arrivo di Jack. Dopo i primi convenevoli, durante i quali Claudio mi invita a non turbarmi (solo poi capirò perché), arriva Jack accompagnato da Eva Legati. Jack indossa una maschera che gli copre entrambi gli occhi e metà del viso! Un po’ come quella del fantasma dell’Opera, ma con più decori. Io comincio a comprendere l’invito di Claudio a non turbarmi.
Ci accomodiamo e mentre Claudio ed Eva si sistemano ai fianchi di Jack, io prendo posto di fronte a loro.
Sto per accingermi a iniziare con l’intervista quando Jack, sporgendosi verso Claudio, gli sussurra qualcosa all’orecchio mentre Eva mi fissa sorridente. Poi Claudio si rivolge a me invitandomi a rivolgere pure le mie domande.
Io, un o’ sorpreso, comincio.

Jack, lei ha da poco realizzato un film dal titolo THE SUPER NATURAL

Lui annuisce con un cenno del capo.

Ha dichiarato che è stato girato con una tecnica definita CineReal. Di cosa si tratta esattamente?

Mi sorprendo nel vedere Jack sporgersi nuovamente verso Claudio per sussurrargli qualcosa all’orecchio e, subito dopo, Claudio si rivolge a me

Il CineReal è la fusione tra Neorealismo e tecnologie moderne, ovvero la possibilità di portare sullo schermo quanta più realtà possibile in quanto le emozioni degli inconsapevoli protagonisti non vengono condizionate dalla vista di apparecchiature vistose come le moderne telecamere, mentre tutti sono abituati a muoversi con disinvoltura di fronte agli smartphone.
Un altro aspetto di rilevanza assoluta consiste nell’abbattimento dei costi di realizzazione. Ovviamente per esprimere comunque un livello di qualità indispensabile, è necessario di altre ed elevatissime figurati professionali a compensazione.

Annoto la risposta e chiedo

Claudio, per quale motivo mi ha risposto lei e non Jack e perché Jack indossa una maschera?

Il volto di Jack non lo conosciamo neanche io ed Eva e, su sua esplicita richiesta, lo assistiamo perché è sua volontà non far conoscere né il suo volto, né la sua voce.

Da alcune mie ricerche, ho visto però che un volto appare in altre interviste e viene associato al suo nome…

Questa volta è Eva a rispondermi con il suo spiccato accento americano

Luca, la persona intervistata in quelle circostanze, è la persona che Jack ha designato alla supervisione del film ed era autorizzato a presentarsi a suo nome. Luca stesso ha chiesto di non apparire in quanto non riesce a sostenere lo stress e preferisce occuparsi della burocrazia legata alla Produzione e nulla più.

Jack annuisce in silenzio.

Quando parlate di Produzione, vi riferite alla JACK LUCAS FILM ACADEMY? Potreste parlarmene?

Certamente – interviene Claudio che prosegue dopo i soliti sussurri di Jack – Jack ha aperto a Tirana la JACK LUCAS FILM ACADEMY perché desiderava una terra che, cinematograficamente, fosse quasi incontaminata, ma anche in virtù di un accordo tra i ministeri della cultura che avvicinano Albania e Italia.
L’idea è quella di creare un’accademia di arti e mestieri per il cinema che diventi un punto di riferimento in tutto il mediterraneo per tutti i talenti che desiderano entrare nel mondo dei mestieri cinematografici e consentire ai propri allievi di immettervisi immediatamente, già durante i due anni accademici, e di cimentarsi al fianco di grandi professionisti in modo da consentire un miglior apprendimento coadiuvando la teoria alla pratica.

È su questi principi che è stato girato THE SUPER NATURAL?

Dopo il solito consulto con Jack, Claudio mi risponde

Assolutamente si! La collaborazione con attori non professionisti, che non sapevano neanche di essere i protagonisti di un film, almeno fino ad un’ora dal termine delle riprese, ha consentito di ritrarre vere azioni, reazioni ed emozioni oltre a mostrarci il loro talento nell’ultima ora. Si perché in quell’ultima ora di riprese, dopo ore trascorse in balia di mille emozioni, devastati dalla stanchezza, senza copione, ma solo con le indicazioni di Luca che era collegato a Jack con un auricolare, non sarebbe stato facile neanche per un professionista.

Quali sono state le difficoltà maggiori che avete riscontrato?

Dopo il consulto …

In realtà tutta la macchina si è mossa in modo decisamente snello, un altro vantaggio del CineReal è la semplicità di movimento e la possibilità di non dare nell’occhio. Abbiamo anche avuto la fortuna di trovare un’immediata disponibilità dalle autorità comunali e delle forze dell’ordine, quindi anche la burocrazia non è stata assolutamente un ostacolo.

Quando lo vedremo nelle sale?

La risposta di Claudio arriva quasi immediatamente

Questo film non andrà mai nelle sale. Appena saremo pronti, lo distribuiremo in rete per renderlo fruibile a tutti, anche perché si sta già lavorando alla stesura della serie, che però sarà totalmente in fiction

In rete? Non è un po’ come sminuire il prodotto?

Claudio prosegue

In realtà no. Lo scopo di Jack non è quello di arricchirsi, ma semplicemente di poter far trapelare i propri messaggi attraverso i suoi film e, mentre le sale sono sempre più vuote, la rete è sempre più affollata e poi, anche gli sponsor avrebbero una visibilità decisamente maggiore ed immediata.

Questa volta sono io ad annuire…

Avete altri progetti in cantiere?

Interviene Eva che stava già ascoltando i sussurri di Jack

Certo che si, più di uno e su tematiche differenti.

Ora prosegue Claudio che ha finito di ascoltare Jack

Decisamente imminenti un paio di produzioni sul territorio italiano, oltre alla stesura della serie. Si tratta di due lungometraggi, sempre in CineReal, quindi con costi decisamente contenuti, ma che offrono grande visibilità. Per non dimenticare la repentina caccia al talento e la diffusione dei messaggi di Jack.

Ed in cosa consistono questi messaggi?

Questa volta Claudio non deve attendere le indicazioni di Jack e mi risponde quasi prima che io abbi finito di porre la domanda

Ne troverete una parte in ognuno e saranno chiari a tutti quelli che sapranno leggerli.

Claudio ed Eva mi sorridono.

Allora non mi resta che prenotarmi per la prossima intervista!

Ridiamo tutti e tre. Si, tutti e tre perché Jack, a parte quando si volge a parlare con Claudio ed Eva, è impassibile, quasi un manichino.
Inquietante…

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Roberta Aguzzi: bellezza e determinazione


Roberta Aguzzi è una attrice di talento, dotata di un’anima artistica, tanta determinazione e tenacia; personalità vulcanica e grintosa, è capace di “indossare” ruoli sempre diversi con grande passione, mostrando carattere e una grande dote interpretativa.

Come prima domanda vorrei chiederti come nasce questa passione per il cinema?

Nasce dall’esigenza di evadere dal quotidiano vivendo vite diverse e sognando ad occhi aperti le storie più belle e appassionanti.

Quanto conta l’aspetto fisico per un’attrice?

Purtroppo conta molto. La bravura e il talento dovrebbero avere la priorità in questo settore ma spesso non è così. 

Tornando al cinema quali sono i tuoi progetti per il futuro?

I miei progetti per il futuro sono sicuramente continuare a studiare perche’ la strada è lunga e tortuosa e un ruolo importante in un horror a breve e poi chissà …

Credi nell’amore?

Una domanda di riserva c’è? Diciamo che ci credo ancora nonostante tante delusioni. Questa vita è già così difficile che abbiamo bisogno di amore in tutte le sue forme. 

Se dovessi fare un piccolo bilancio quali sono i momenti più significativi per te?

Sicuramente la nascita di mia figlia Sofia, una bimba dolcissima e speciale che mi ha cambiato la vita spostando su di lei ogni priorità.

Artisticamente, quali è l’attrice a cui vorresti somigliare? 

Julia Roberts. Una grandissima attrice e una grande donna. Amo la sua spontaneità e la sua eleganza unite ad una indiscutibile bellezza naturale e ad un grande talento.

Cosa accade nella tua vita privata?

La mia vita privata da brava scorpioncina quale sono si nutre da sempre dei miei tormenti interiori e dei vari problemi che incontra e di conseguenza non trova pace.

Chi è l’attore nel sociale? Soprattutto la sua qual è la sua missione?

L’ attore nel sociale ha il grande potere di diffondere facilmente un pensiero o una teoria o un messaggio. Una delle mie missioni è sicuramente quella di trasmettere per quanto possibile in questo ambiente i valori che dovrebbero essere alla base di ogni rapporto interpersonale.

Ultima domanda, il senso della vita?

Non è retorica ma il senso della vita sono i figli. L’ unico vero amore incondizionato che ci dà la forza di affrontare e di superare tutto e che ci accompagna per sempre.

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La previsione di Isaac Asimov per il 2019, fatta 35 anni fa

Il 31 dicembre del 1983, Isaac Asimov raccontò sulle pagine del Toronto Star come sarebbe stato il mondo nel 2019. Al più grande scrittore di fantascienza (ma non dimentichiamo che fu anche un notevolissimo divulgatore scientifico) non fu affidata una data casuale.

Il quotidiano canadese, in all’interno di un progetto più ampio, lo invitò a ripercorrere quello che, in forma di romanzo, aveva fatto George Orwell con 1984, pubblicato nel 1949. Ad Asimov l’idea piacque così tanto che chiese un compendo assai contenuto: un dollaro a parola.

Le domande da cui partire, del resto, erano molto semplici. Come sarà il mondo tra 35 anni? Basterà una generazione a produrre quelle innovazioni capaci di modificare la vita sul nostro pianeta? Avremo conquistato lo spazio?

La guerra e la sopravvivenza

Per Asimov, che allora aveva 63 anni, per arrivare a delineare il mondo del futuro bisognava seguire tre direttrici principali:

  • Una possibile guerra nucleare
  • Una computerizzazione spinta
  • Un largo e futuristico utilizzo dello Spazio

Nel 1983 il destino del mondo era nelle mani degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. La prima considerazione che lo scrittore fece, non a caso era russo d’origini ma americano d’adozione, fu quella di una possibile guerra nucleare che avrebbe cancellato ogni discorso. Nessun futuro, punto e a capo. Nel 2019 non ci saremmo neanche arrivati.

Se invece, come è accaduto, fossimo stati in grado di evitare questa tragica e apocalittica fine, saremmo ripartiti dalla tecnologia, dall’innovazione e dai progressi fatti grazie allo sviluppo dei computer. Per Asimov, 35 anni dopo, l’informatizzazione già importantissima per governi e nazioni, sarebbe diventata ancora più essenziale per ciascuno di noi, nella nostra quotidianità professionale e domestica.

I robot e il lavoro

Asimov aveva previsto che l’effetto più ingombrante portato dalla tecnologia sarebbe stato quello di cambiare le nostre abitudini lavorative. Partendo però da un punto molto chiaro: “Tutto ciò non significherà un minor numero di posti disponibili. Il progresso tecnologico, in passato, ha sempre creato più lavoro di quello che ha distrutto e non c’è motivo per pensare il contrario anche nel 2019”. Nuove professioni, quelle del suo futuro e del nostro presente, che avrebbero determinato il cambiamento “più radicale” di sempre.

I lavori che per Asimov avremmo abbandonato sarebbero stati quelli caratterizzati da una continua ripetitività. Quelli da catena di montaggio e da eseguire senza particolari sforzi mentali. Con, in questo campo, un ineluttabile sopravvento dei robot e dai computer. Gli uomini del 2019, quindi, si sarebbero occupati della progettazione, della fabbricazione, dell’installazione, della manutenzione, della riparazione e della comprensione di quelle macchine intelligenti e dei settori in cui avrebbero operato. A pensarci bene, insomma, una visione espressa più volte nei suoi libri.

L’istruzione e le nuove competenze

Per Asimov, dunque, nel 2019 sarebbe stato ovvio prevedere una netta metamorfosi nell’istruzione dei giovani, anch’essa trasmessa attraverso nuovi supporti tecnologici. Giovani che sarebbero stati preparati per questi compiti. “Le mani che usiamo in ambito agricolo possono svolgere il loro lavoro senza sapere né leggere, né scrivere. I dipendenti delle aziende del futuro, invece, non potranno prescindere dall’apprendere certe informazioni e dall’applicarle ogni giorno”. Ci aveva visto giusto ma, allo stesso tempo, almeno in Italia, ci aveva forse sopravvalutato. 

Se resti indietro sei spacciato

Asimov aveva però capito quanto avrebbe influito l’elemento della velocità in questa transizione. Nell’articolo, infatti, parla di “milioni di inesperti e inadatti che si troveranno impotenti a fare i lavori che dovranno essere comunque fatti”. Una selezione naturale, che neanche Darwin sarebbe stato in grado di immaginare, entro il 2019: da una parte ci sarebbero stati quelli capaci di riqualificarsi; dall’altra quelli incapaci di adattarsi a una società costretta, a malincuore, ad aiutarli (decidete voi se fare collegamenti con misure come il reddito di cittadinanza o i sussidi di disoccupazione).

Il mondo “problematico” del futuro

Per lo scrittore americano, tuttavia, questa generazione di transizione era destinata estinguersi per lasciare spazio a quella successiva, nata nel nuovo millennio. L’unica davvero compatibile con un mondo ormai in perpetuo divenire. Asimov prova perciò a mettere in fila le criticità che l’umanità avrebbe dovuto affrontare in questa fase di transizione immaginando, forse attraverso una visione un po’ utopistica, il superamento di alcune fondamentali controversie.

  • Unoil controllo delle nascite. Una popolazione sempre in aumento avrebbe costretto i governi, a fatica, a favorire una bassa natalità e ad individuare un tetto massimo da non superare.
  • Due: l’irresponsabilità umana nell’inquinare e produrre rifiuti. Le conseguenze, nel 2019, per Asimov sarebbero state sempre più evidenti e insopportabili. “Si spera che i i progressi tecnologici porteranno strumenti in grado di invertire questo processo”. 
  • Trela conservazione della pace (o almeno della serenità tra i popoli). L’odio, il sospetto, le liti tra gli Stati sono identificati come minacce per il futuro del pianeta.

Per l’intellettuale, però, avrebbero giocoforza determinato una crescente e necessaria cooperazione tra le nazioni. Non per idealismo, certo, ma per una presa di coscienza, a sangue freddo, che non marciare verso questa direzione “significherebbe una futura distruzione per tutti. Entro il 2019, potrebbe succedere che le nazioni andranno abbastanza d’accordo per permettere al Pianeta di vivere sotto la parvenza di un governo mondiale”. Quel condizionale, a legger bene, diceva già tutto.

La scuola del 2019 e la libertà di conoscere

La vera rivoluzione del 2019, per Asimov, è legata al mondo della conoscenza. Un buon insegnante, in epoca moderna, non dà informazioni ai propri alunni ma instilla la curiosità e la sete di conoscenza. Le nozioni arrivano grazie al computer, direttamente da casa. “Ci sarà finalmente l’opportunità per ogni giovane di imparare ciò che egli più desidera a modo suo, con i suoi tempi e la velocità di cui ha bisogno”. L’educazione, improntata sulla scoperta, “sarà divertente perché risplenderà all’interno di ogni animo e non sarà forzata dall’esterno”. I computer e i robot, secondo Asimov, faranno sì che il mondo sembrerà “correre da solo” e noi “avremo molto tempo libero per dedicarci alle nostre passioni”.

L’utilizzo dello spazio e la nuova conquista della luna

Per uno scrittore l’universo è un mondo ricco di fascino. Per un visionario è una soluzione ai nostri problemi. Asimov era un grande creatore di storie e un incredibile, lo si legge anche da queste righe, lettore del futuro. Conquistare lo spazio voleva dire, oltre trovare un altro luogo da esplorare e un teatro dove fare nuove guerre, costruire una nuova casa per l’umanità. “Con i razzi e le navette daremo vita a una stazione spaziale da cui getteremo le basi per rendere lo spazio una casa permanente per il futuro crescente numero di essere umani”.

L’autore delle tre leggi della robotica dava per scontato, nel 1983, che trentacinque anni dopo saremmo ritornati a passeggiare sul suolo lunare. Avremmo costruito una stazione per studiare il suolo del satellite e per usarlo come materiale per sviluppare altre colonie spaziali da collocare in orbita e attorno alla Terra. “Sarà un prototipo di una centrale elettrica solare attrezzata per raccogliere energia, trasformarla e inviarla sul nostro Pianeta”. Il primo passo di una rivoluzione energetica che avrebbe portato pace e serenità. Il punto di partenza per una rivoluzione industriale planetaria e per vincere l’annoso problema dello smaltimento dei rifiuti: “La Terra sarà in grado di liberarsi dagli effetti collaterali dell’industrializzazione. Le fabbriche se ne andranno, non lontano, solo a poche miglia verso l’alto”.

Insomma, nel 2019, avremmo pianificato tutto questo immaginandoci un futuro da realizzare tutti insieme. Perché se rileggendo l’articolo sembra davvero di essere piombati all’interno di un suo libro di fantascienza, Asimov sapeva che “anche se il mondo del 2019 sarà diverso da quello del 1984, sarà anch’esso solo un barometro dei cambiamenti che saranno pianificati per gli anni a venire”. Il modo più bello per immaginarsi il futuro è quello di poterlo immaginare.

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FREDDIE MERCURY biografia di un mito

Probabilmente la Gran Bretagna post-coloniale offriva poche occasioni per mostrarsi fieri della propria origine di immigrato indiano: forse risultava più confortevole sorvolare del tutto sull’argomento, soprattutto se si poteva contare su di un aspetto fisico indefinibile e se si era diventati nel frattempo una star internazionale di prima grandezza, al di là di qualunque nazionalità ed appartenenza religiosa.

E poi c’è da considerare che, ovunque vivano, i Parsi si considerano da sempre e con ragione una sorta di apolidi millenari: una esigua quanto antica genìa, perseguitata e nobilissima, che solo per le vicissitudini della storia abbandonò la terra dei padri, la Persia, per trovare rifugio principalmente in India tra l’VIII° e il X° secolo d.C. Fatto sta che colui che era nato nel 1946 a Zanzibar come Farrokh Bulsara mantenne sempre un notevole riserbo sulle sue origini, arrivando anche ad imbrogliare le carte con le sue tanto schive quanto rare, o addirittura fuorvianti, dichiarazioni in proposito, ed abbracciando pubblicamente in toto la sua acquisita nazionalità britannica e la sua nuova identità, divenuta legale a tutti gli effetti nel 1970: Freddie Mercury.

Eppure, di fronte al mistero della morte, a volte accade che anche gli spiriti più trasgressivi preferiscano appoggiarsi al lasciapassare promesso dalla fede degli avi, trasmessa loro sin dall’infanzia ma magari negletta in vita. Fu così che dopo che la strabiliante voce del frontman dei Queen si era zittita per sempre a causa dell’AIDS, il 24 Novembre del 1991, le esequie di Freddie Mercury vennero celebrate secondo sue dirette e precise disposizioni in forma privata e da due Dastur – i sacerdoti parsi – nell’antichissima lingua e secondo i riti previsti dall’Avesta. L’unica eccezione concessa alle usanze – e alle leggi – occidentali fu l’affidamento del suo cadavere alle fiamme del crematorio, invece che ai tradizionali avvoltoi; ma d’altronde anche tra i seguaci di Zarathustra a Mumbaila cremazione sta soppiantando da tempo il triste lavoro dei rapaci, sempre piùintrovabili anche in India.

I genitori di Freddie, Bomi e Jer Bulsara con la sorella Kashmira, portano un cognome comune tra i Parsi indiani e che ha la sua origine nella città costiera Bulsar, nel Gujarat, oggi ufficialmente ribattezzata Valsad, un centro dove molti Parsi si stabilirono dopo la loro diaspora causata dall’avvento della religione islamica nella terra d’origine. Il Gujarat, con Mumbai, è a tutt’oggi uno dei luoghi che vantano il maggior numero di cittadini parsi del mondo; quando i Britannici ottennero il controllo di Bombay, nel XVII° secolo, decretarono la libertà religiosa per l’area e i Parsi vi si trasferirono quindi in massa. Ma il celebre spirito imprenditoriale, l’abilità e l’affidabilità di questa popolazione hanno fatto sì che le reti commerciali parsi si estendessero in seguito nei 5 continenti e che occupassero sovente posti di rilievo in India già ai tempi del Raj britannico, dominando l’economia della Bombay vittoriana.

E’ come cassiere dell’Ufficio Coloniale britannico che infatti il padre di Freddie era stato destinato a Zanzibar, odierna Tanzania, dove nacque il piccolo allora chiamato Farrokh. Ma dopo la prima infanzia, il bimbo venne mandato in India a studiare presso l’illustre St. Peter’s School, a Panchgani, all’epoca un’elegante stazione collinare nel Ghat occidentale.

Se in principio i Parsi indiani si erano assimiliati in lingua e costumi ai Gujarati indù che li ospitavano, in seguito, con l’affermarsi dell’egemonia britannica in India, furono tra i primi a seguire lo stile di vita della nuova classe dirigente e tra i primi abitanti del subcontinente indiano a trasferirsi in Inghilterra. Tuttavia, quando si trattò di schierarsi e combattere per l’indipendenza dell’India dall’impero britannico, i Parsi si distinsero in coraggio e lealtà verso la futura Repubblica indiana; era un Parsi, proveniente dalla stessa città d’origine dei Bulsara, anche Sam Manekshaw, l’eroe militare più amato dell’India indipendente.

Kensal Green Cemetery, West London. Targa in memoria

Brillante studente, naturale talento artistico e sportivo a tutto campo, Farrokh era anche dotato di uno straordinario orecchio e fu così incoraggiato dai suoi stessi insegnanti agli studi musicali. Fondò allora il suo primo gruppo, The Hectics, che guidò al piano in varie manifestazioni scolastiche tra il 1958 e il 1962, e fu sempre tra i banchi della St. Peter’s School che Farrokh cominciò a farsi chiamare dai compagni Freddie, nomignolo che venne presto adottato anche in famiglia. Il ragazzo trascorse dunque infanzia e adolescenza in India, affidato alle cure della nonna e di una zia, mentre veniva educato nelle migliori istituzioni anglo-indiane del tempo. La sua istruzione superiore proseguì poi infatti presso un College gestito da gesuiti, la St. Mary’s School di Mumbai.

Ma la sanguinosa rivoluzione di Zanzibar, che nel 1964 si unì al Tanganika per formare l’attuale Tanzania, costrinse improvvisamente la famiglia Bulsara a sfollare dalla regione insieme ad altre migliaia di persone, a causa dell’accanimento feroce riservato dai rivoluzionari alle minoranze arabe ed asiatiche che da secoli risiedevano nell’isola. Fu allora che i Bulsara, da tempo orfani del Raj britannico nella loro patria d’origine, già indipendente dal 1947, approdarono quindi al completo a Feltham, pochi chilometri a Sud di Londra, dove già vivevano alcuni parenti della famiglia dalla fine della dominazione inglese nel subcontinente indiano.

Il seguito della fantasmagorica quanto tragica vita di Farrokh Bulsara/Freddie Mercury è noto, e la sua mirabile voce è ormai un dono universale.

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Paola Cortellesi diventa la Befana: “Fedele alla tradizione, ma moderna e femminista”

Nelle sale il 27 dicembre il film scritto da Nicola Guaglianone e diretto da Michele Soavi. È la storia di un’insegnante di scuola che nasconde un segreto: da mezzanotte alle otto si trasforma nella vecchina che porta dolci e carbone, da 500 anni

Quest’anno il Natale ha la sua Befana cinematografica, ci voleva il coraggio e l’autoironia di Paola Cortellesi per portare sul grande schermo la vecchina amata dai bambini, la strega buona che riempie le calze di dolci per chi è stato bravo, di carbone per chi… Se l’elenco dei Babbi Natali al cinema è sterminato, di Befane non si può dire altrettanto per cui benvenuto questo nuovo oggetto cinematografico, un film fantasy per ragazzi scritto da Nicola Guaglianone(Lo chiamavano Jeeg Robot) e diretto da Michele Soavi. Arriverà nelle sale il 27 dicembre La Befana vien di notte, distribuito da Universal Pictures e Lucky Red in 450 copie, alternativa tutta nostrana alla Mary Poppins Disney.

“Ma Mary Poppins non esiste, mentre la Befana io l’ho incontrata – scherza Stefano Fresi che nel film interpreta Mister Johnny, un ex bambino deluso dalla Befana che è diventato costruttore di giocattoli e la rapisce perché vuole sostituirsi a lei per far felici tutti i bambini – Come vedete con me la Befana è stata sempre generosa, le calze me le ha sempre riempite e io le ho sistematicamente svuotate”. La storia è semplice ma originale: la maestra Paola ha una doppia vita, di giorno (da 500 anni) insegna ai bambini delle elementari, da mezzanotte alle 8 invece si trasforma in Befana, unghie lunghe, naso aguzzo, rughe e scopa volante. Il suo è un lavoro a tempo non pieno: totale, per Cortellesi che la interpreta una vera e propria supereroina con doppia identità. “Tutte le donne sono delle supereroine per le cose che devono affrontare, inoltre questa insegnante ha una missione importante: far capire ai suoi studenti la necessità di stare in gruppo, di far squadra perché da soli non ci si fa. La battuta contro il maschilismo che privilegia Babbo Natale l’ho scritta io, Nicola mi ha chiesto di dire la mia e io ho voluto offrire questa Befana femminista che ce l’ha con Babbo Natale che raccoglie solo glorie, è testimonial della bibita gassata più famosa al mondo mentre alla Befana non hanno offerto neppure la pubblicità del lassativo ed è sempre stata lasciata un passo indietro perché femmina”.


L’idea è venuta allo sceneggiatore a partire dalla propria affezione per questa figura: “A casa mia era più importante il 6 gennaio che il Natale – dice Guaglianone – figlio di un dipendente degli aeroporti di Roma, nella calza trovavo sempre un aeroplano. Io che sono cresciuto negli anni Ottanta con film come I Goonies Gremlins ho provato ad immaginare un film italiano che contaminasse la tradizione italiana con il fantasy con cui siamo cresciuti”. Gli fa eco Michele Soavi, una lunga filmografia horror da La Chiesa a Della morte e Dellamore, prima di dedicarsi principalmente alla fiction tv (Olivetti e Schiavone solo per citarne un paio): “Negli anni Ottanta e Novanta si facevano tanti film di genere in Italia, visionari con effetti speciali, avventura. In questi ultimi vent’anni purtroppo il nostro cinema si è perso tanti pezzi lasciando tutto lo spazio agli americani, è ora che ce lo siamo ripresi speriamo di non mollarlo più”.


D’altronde dopo Un gatto in tangenziale, biglietto d’oro come film italiano che ha incassato di più lo scorso anno, le chance per questa Befana ci sono tutte di trovare nella calza un buon incasso. Paola Cortellesi, mamma di una bambina di quasi sei anni avuta con il marito Riccardo Milani, ha un’altra preoccupazione: “Mia figlia è stata sul set, ha seguito la lavorazione anche se quando mi vedeva col trucco da Befana faceva un po’ fatica ad avvicinarsi, ma lei sa che faccio l’attrice e che questa volta ho dovuto interpretare un personaggio reale. Mi ha fatto una sola domanda: la Befana ha visto il film?”.

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‘Hakuna Matata’, una petizione contro la Disney che lo registrò come un marchio

Lanciata in rete da un attivista dello Zimbabwe, ha già raccolto più di 50mila firme. Ma non tutti in Africa sono d’accordo

È stata lanciata una petizione online per spingere la Disney a rinunciare al suo marchio registrato sulla frase Hakuna matata che in swahili significa più o meno “stai tranquillo” e “non c’è problema”. Nota per essere diventata il titolo di una canzone di successo nella colonna sonora del Re leone, film di animazione del 1994, hakuna matata è un’espressione molto usata nei paesi dell’Est e del Sud Africa. La casa cinematografica registrò il marchio lo stesso anno dell’uscita ma si è tornato a parlare della questione perché è in arrivo la versione live action dell’originale film d’animazione, anche questa targata Disney.  

Creata dall’attivista dello Zimbabwe Shelton Mpala, la petizione ha ottenuto più di 50mila firme. “Ho voluto attirare l’attenzione sull’appropriazione della cultura africana” ha spiegato Mpala, “e sulla necessità di proteggere la nostra eredità, la nostra identità e la nostra cultura dallo sfruttamento a scopo economico da terze parti. Si tratta di una ricchezza culturale che viene depredata e che fa arricchire musei e aziende e non i reali creatori o la gente dai quali essi derivano”.

Non tutti in Africa sono d’accordo con l’attivista dello Zimbabwe. Un avvocato keniano che si occupa di proprietà intellettuale, Liz Lenjo, sostiene che “la Disney non ha rubato nulla e perciò tanta indignazione è fuori luogo. Ci si dovrebbe scandalizzare invece per come i social media riescano a soffiare sul fuoco in modo del tutto sproporzionato. Del resto chi parla swahili in Africa o nel mondo può continuare a usare la frase quanto e come vuole”.

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